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il Blog di Chiarella

La Flora del Lario: acqua, rocce… e un libro!

Che cosa hanno a che fare tra loro questi elementi così apparentemente lontani e diversi? Ciò che li unisce è la Grona, la bella montagna di calcare dolomitico che si innalza, ben visibile da tutto il centro lago, a dominare Menaggio, Bellagio, e la selvaggia val Senagra. Dalle profondità di questo monte sgorga, nella sorgente perenne posta sopra al Paese di Plesio, l’acqua che viene imbottigliata con il nome “Chiarella”. Sui pendii erbosi e sulle pareti e i torrioni rocciosi della Grona crescono innumerevoli specie di fiori ed arbusti, che fanno di questi luoghi un vero paradiso per i botanici e gli amanti della flora spontanea.

Ecco spiegato il trinomio posto come titolo di questo scritto. E il libro ? Ci arriviamo … perché ci serve per approfondire il legame tra Grona e fiori, una relazione particolare che fa di questa montagna una delle aree più interessanti di tutto il territorio lariano per quanto riguarda il patrimonio floristico. Si tratta di un libro pubblicato di recente (dicembre 2015), che contiene, nei due volumi di cui è costituito (per un totale di mille pagine), un’ampia documentazione storico/geografica sulla flora spontanea dell’area lariana. La ricerca spazia dalla zona dei laghi briantei a Sud, fino alle cime rocciose che circondano a Nord l’Alto Lago; dai monti della Valsolda a Ovest alla lunga serie di montagne, dal Legnone al Resegone, che segna il limite orientale del territorio lariano.

Tutta la vegetazione di questa zona, che corrisponde alle province di Como e di Lecco, viene nel libro presentata con una amplissima e dettagliata documentazione fotografica (ben 2206 fotografie) alla quale fa seguito, nel secondo volume, una minuziosa geo-localizzazione dei ritrovamenti delle diverse specie per mezzo di cartine, che vanno a costituire un vero e proprio atlante corologico della flora lariana ( 2206 cartine, una per ciascuna specie).

L’aspetto storico della ricerca è dato dal fatto che gli autori hanno condensato in questo libro sia i risultati delle ricerche botaniche fatte dal loro gruppo (il “Gruppo Botanofilo Comense G. Comolli”) negli ultimi 30 anni, sia l’enorme documentazione sulla flora lariana accumulatasi in oltre 200 anni di studi e rilievi da parte di numerosissimi botanici italiani e stranieri: sono state infatti scandagliate 90 opere di 62 autori, da Domenico Vandelli (1763) ad Attilio Selva ( 2009).

Il titolo completo dell’opera, “Flora del Lario. Da Giuseppe Comolli ai giorni nostri”, mette giustamente in evidenza che nel lungo periodo preso in considerazione il contributo più importante e completo allo studio della flora lariana è stato dato dal comasco Giuseppe Comolli, con la sua “Flora comensis” , edita tra il 1834 e il 1857. Quindi, un lavoro di sintesi e di recupero su questa così ampia materia non poteva che avere come principale riferimento storico l’opera del Comolli, che, tra l’altro, è stato l’unico ad estendere le sue ricerche all’intero territorio lariano.

Dal confronto tra i risultati delle ricerche botaniche susseguitesi nell’arco di oltre due secoli è possibile ricavare una grande quantità di dati, non solo sulla presenza e la localizzazione delle varie specie, ma anche sulle variazioni intervenute in tempi più o meno recenti in seguito a molteplici fattori, da quelli antropici a quelli climatici.

E allora, tornando alle argomentazioni iniziali di questo scritto, possiamo dire che la ricchezza floristica del monte Grona non è una affermazione campanilistica di chi, come me, ha percorso in lungo e in largo ( e in alto e in basso) questa montagna e se ne è innamorato, ma è una verità documentata scientificamente da una lunga serie di ricerche sia nel passato che in tempi recenti. E se vogliamo aggiungere qualche ulteriore prova, gli argomenti non mancano, ma l’elenco sarebbe lungo, perché bisognerebbe parlare di fattori climatici particolarmente favorevoli, di articolazione morfologica ricca e varia, di microambienti che possono ospitare specie molto differenti, e altro e altro ancora.

Però, su un particolare, almeno, voglio soffermarmi: cioè su quella singolarissima congiunzione (che si verifica proprio al piede nordoccidentale della piramide della Grona) tra strati geologici nettamente diversi: rocce basiche di tipo dolomitico a sudest e rocce acide scistoso/cristalline a nordovest. Questa compresenza di formazioni rocciose, che nella loro origine sono lontane milioni di anni, permette la presenza sui fianchi di questa montagna (intesa come Massiccio Grona/Bregagno) di specie floristiche diverse, sia di quelle basofile che di quelle acidofile, e quindi con una particolare ricchezza e soprattutto varietà floristica.

Ma non è tutto: lasciando ciò che si vede in superficie, cioè la bellezza della vegetazione, se cerchiamo di vedere nelle profondità della Grona con gli occhi dei geologi che ne hanno studiato la conformazione e la struttura profonda, scopriamo che quella congiunzione di strati rocciosi diversi si presenta, nella modalità della sovrapposizione, anche dentro la montagna. Qui la roccia calcareo/dolomitica, sottoposta ad erosione, crea molteplici ambienti di accumulo e di arricchimento delle acque; mentre le rocce scistoso/cristalline creano una sorta di base di scorrimento che “addolcisce” le acque e le porta in superficie attraverso sorgenti come la Chiarella. Il mix di elementi fisico/chimici derivante da questo particolare ambiente geologico è dunque la ragione di questi due straordinari “doni” della Grona: una flora spontanea affascinante e un’acqua leggera e mineralizzata in modo particolarmente equilibrato.

Monte Grona

Gabriele Piazza – Febbraio 2017

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